Le infrastrutture digitali sono diventate la nuova materia prima della competitività nazionale. Ma il fattore che separa un investimento redditizio da uno fragile non è il cemento, e non sono i server: è l’energia e la capacità di governarla con il digitale.
Il collega Giuseppe Franceschelli, Head of Strategic Relationships and Alliances di Maps Group, ci guida in una riflessione sul ruolo centrale dei data center nella digitalizzazione del settore energetico, con un focus sulle opportunità economiche e strategiche rivolte a chi decide, a chi investe i capitali e a chi misura il proprio successo nella qualità della vita dei cittadini.
Data center: la nuova infrastruttura strategica dell’economia italiana
C’è un’infrastruttura, in Italia, che quasi nessun cittadino vede, ma da cui dipendono ormai la sua banca, la sua cartella clinica, il suo lavoro, la dichiarazione dei redditi, l’app che usa per parcheggiare e la riunione in videochiamata che gli ha evitato un viaggio. È il data center: la fabbrica silenziosa dell’economia digitale.
Un secolo fa la competitività di una nazione si misurava in ferrovie, porti ed energia elettrica. Chi li costruiva per primo e li gestiva meglio attirava industria, lavoro e capitali. Oggi quella stessa funzione strategica la svolgono le infrastrutture di calcolo. Lo ha detto con una formula, che vale più di mille relazioni, il neopresidente dell’Italian Datacenter Association (IDA), Luca Beltramino: «Senza data center non c’è intelligenza artificiale, senza intelligenza artificiale non c’è futuro». Non è uno slogan: è la fotografia di una catena del valore in cui il primo anello è fisico, energivoro e localizzato sul nostro territorio.
Investimenti nei data center in Italia: 25 miliardi previsti entro il 2029 e 80 progetti già dichiarati
Quando un’associazione di categoria nasce da otto soci fondatori e in pochi anni ne raccoglie oltre 250, vuol dire che il mercato ha capito prima della politica. IDA (Italian Datacenter Association) oggi rappresenta i principali costruttori e operatori di data center del Paese, e i numeri che porta ai tavoli con il Governo non sono promesse: sono capitali in movimento.
Negli ultimi tre anni in Italia sono già stati investiti oltre 7 miliardi di euro nel settore. È il presente, non il futuro. E lo sguardo in avanti è ancora più ampio: le stime di sistema convergono su una spesa nell’ordine dei 21,8 miliardi di euro nei prossimi cinque anni per la sola costruzione e l’allestimento dei nuovi centri — senza contare le apparecchiature IT e i costi operativi — mentre l’Osservatorio del Politecnico di Milano valuta in circa 25 miliardi il volume di investimenti tra il 2026 e il 2029, con oltre 80 progetti già dichiarati.
A questo si aggiunge un dato che parla la lingua di chi amministra un territorio: la potenza installata, 287 MW nel 2024, è destinata a superare i 2 GW entro il 2031, una crescita di oltre il 600%. E con la potenza cresce il lavoro: dalle poco più di mille unità a tempo pieno di oggi, nei nuovi poli si stima di arrivare a circa 6.000 nel 2029, con un indotto di quasi 14.000 addetti lungo la filiera — edilizia, impiantistica, energia, sicurezza, telecomunicazioni, servizi.
Ecco la parola che dovrebbe interessare chi pensa al PIL: indotto. Un data center non è un capannone che si chiude su sé stesso. È un cantiere che chiama l’edilizia, una bolletta che chiama l’energia, una fibra che chiama le telco, una manutenzione che chiama servizi qualificati per vent’anni. È, in scala digitale, ciò che un porto o un’autostrada sono stati per il Novecento: un moltiplicatore.
Il consumo energetico dei data center: il fattore critico che determina la redditività dell’investimento
Qui arriva il punto che il manager, l’imprenditore, l’amministratore — bravissimo nel suo mestiere, ma non necessariamente tecnico del digitale — deve mettere a fuoco prima di firmare un assegno.
I data center sono tra le infrastrutture a più alta intensità energetica che esistano. Non consumano solo per far girare i server: consumano per raffreddarli, per distribuire la corrente, per garantire la continuità del servizio ventiquattr’ore su ventiquattro. E con l’AI, che richiede densità di calcolo sempre maggiori, questo fabbisogno cresce ancora.
Lo spiego con un paragone che chiunque capisce. Comprare un data center senza un sistema per governarne l’energia è come comprare un’automobile guardando solo cilindrata e carrozzeria, senza mai guardare il consumo. Due auto identiche, sulla stessa strada, possono costare il doppio di carburante a seconda di come sono regolate e delle abitudini di guida. Per un data center il “carburante” — l’energia — è la prima voce di costo operativo e la più volatile. Significa che gran parte del ritorno dell’investimento non si gioca il giorno dell’inaugurazione, ma ogni singolo giorno dei vent’anni successivi, sulla bolletta.
E c’è un secondo motivo, che non è tecnico ma regolatorio: l’Europa sta rendendo obbligatori il monitoraggio dei consumi e gli indicatori di efficienza. Il PUE (quanta energia finisce davvero nel calcolo e quanta si disperde), il WUE per l’acqua, l’ERF per il recupero del calore, il REF per le rinnovabili stanno diventando lo standard con cui un asset verrà valutato, finanziato e autorizzato. Chi non sa misurare, domani non sarà bancabile.
Software di monitoraggio energetico per data center: fare la differenza trasformando i dati in decisioni operative
Qui entra in gioco la digitalizzazione, ed è il cuore della questione. Perché un indicatore di efficienza vale quanto i dati che ha sotto: se la raccolta è frammentata, inaffidabile, fatta a mano una volta al mese, anche il KPI più sofisticato diventa un numero senza valore decisionale.
La piattaforma software BRAINWATT® di Maps Energy nasce esattamente per colmare questo divario: trasformare i dati energetici, oggi sparsi tra impianti, contatori e sistemi diversi, in informazione strutturata su cui decidere. Monitoraggio continuo, integrazione di sistemi eterogenei, costruzione di KPI affidabili (PUE, WUE, ERF, REF), individuazione automatica delle anomalie e supporto agli audit e alla conformità ISO 50001.
Riprendendo il paragone dell’automobile, particolarmente efficace in ambito divulgativo, BRAINWATT® si configura come il navigatore e il cruscotto intelligente del data center: fornisce in tempo reale indicazioni sui consumi, evidenzia le inefficienze, segnala quando un componente lavora oltre soglia anticipando possibili guasti e individua il percorso più efficiente per raggiungere l’obiettivo con il minor dispendio di risorse. Non sostituisce il processo decisionale, ma lo supporta mettendo a disposizione dati oggettivi, superando approcci basati su percezioni. Si realizza così, in linea con le dinamiche del settore, il passaggio dal monitoraggio alla decisione.
Efficienza energetica nei data center: quattro vantaggi concreti per investitori e gestori
Mettiamoci nei panni di chi quel progetto deve approvarlo. Non è pagato per capire la fisica del raffreddamento: è pagato per portare a casa il risultato per cui ha investito. E governare l’energia con una piattaforma digitale lavora esattamente su quei risultati:
- Protegge il rendimento. Tagliando la prima e più imprevedibile voce di costo, difende il margine operativo e quindi il ritorno atteso lungo tutta la vita dell’asset.
- Riduce il rischio. L’anomaly detection trasforma i guasti improvvisi — la cosa che un investitore teme di più, perché significa fermo macchina e penali — in manutenzione programmata.
- Rende l’asset bancabile e “ESG-compliant”. In un mercato in cui efficienza energetica e trasparenza dei consumi pesano sempre di più nelle scelte di finanziamento, avere dati certificabili non è un orpello: è ciò che apre l’accesso al capitale.
- Mette al riparo dalle normative. Chi si dota oggi degli strumenti di misura, domani non rincorrerà gli obblighi europei: li avrà già rispettati.
In una parola: l’efficienza energetica non è più solo un obiettivo tecnico, è un fattore competitivo e un elemento di valore dell’investimento.
Nuovi poli data center in Italia: la mappa dei territori da Milano a Bologna, da Roma a Palermo
E qui il discorso esce dall’astrazione e tocca i territori. La mappa dei data center italiani non è più un punto solo. Milano resta il cuore — concentra infrastrutture, connettività e competenze, e da sola attira la quota maggiore degli investimenti — ma la rete lombarda è ormai vicina alla saturazione e la crescita si sta ridistribuendo lungo la penisola.
Roma è diventata il secondo polo: Digital Realty ha avviato ROM1 riqualificando un’ex area Acea di 22 ettari, scelta vicino alla costa proprio per agganciare i cavi sottomarini, mentre Aruba ha investito in un campus dedicato.
Torino ospita una region cloud di Google e diversi poli di TIM Enterprise. Bologna è destinata a una delle principali “AI Factory” del continente. In Lombardia, a Ferrera Erbognone (Pavia), Eni costruirà un data center “AI-ready” da 1 GW alimentato con energia a basse emissioni.
E poi c’è il Mezzogiorno, che da margine diventa frontiera: la Puglia ha avviato la sua “Data Center Valley”, tre campus hyperscale destinati a superare i 2 GW; Palermo, Napoli e Bari, approdi dei nuovi cavi sottomarini del Mediterraneo, attirano ormai capitali italiani e internazionali.
In questo riallineamento si inserisce anche Genova. La sua posizione e l’approdo dei cavi sottomarini internazionali la candidano a diventare uno snodo digitale del Mediterraneo, un crocevia fra Europa, Africa e Asia — e non a caso Terna ha inserito l’area metropolitana genovese tra le zone in cui rafforzare la rete elettrica proprio per sostenere l’integrazione di nuovi data center. È la prova che, dove ci sono connettività ed energia, l’opportunità si apre. Ma è anche la prova del nodo: senza energia disponibile e ben governata, nessuno di questi territori — Genova come gli altri — trasformerà la candidatura in realtà.
Data center efficienti e territorio: servizi ai cittadini, posti di lavoro, sovranità digitale e recupero del calore generato
Perché tutto questo, alla fine, non è fine a sé stesso. Il punto di arrivo di un’infrastruttura strategica non è il bilancio di chi la costruisce: è la vita di chi ci abita intorno.
Un data center efficiente, ben governato e radicato sul territorio significa posti di lavoro qualificati che non emigrano, minori emissioni a parità di servizio, sovranità dei dati dei cittadini sotto giurisdizione europea, servizi pubblici — sanità digitale, scuola, amministrazione — più rapidi e affidabili.
Significa, in alcuni casi, perfino calore: a Milano c’è già chi recupera il calore di scarto del data center per alimentare il teleriscaldamento urbano, scaldando case con ciò che altrove si disperderebbe. È l’indotto nella sua forma più nobile: una tecnologia che, governata bene, restituisce alla comunità più di quanto le toglie.
Ed è qui che decisori, investitori e amministratori si incontrano. Il decisore che vuole risultati, l’investitore che vuole rendimento, l’amministratore che vuole il bene dei suoi cittadini perseguono, in realtà, lo stesso obiettivo da angolazioni diverse. Un’infrastruttura digitale efficiente li accontenta tutti e tre contemporaneamente: produce ricchezza, restituisce margine, migliora la vita.
L’Italia e l’opportunità da 25 miliardi sui data center: governarla o subirla?
L’Italia ha davanti una finestra di opportunità che vale decine di miliardi e che non resterà aperta a lungo: la competizione europea corre, e i capitali vanno dove trovano regole chiare ed efficienza dimostrabile. Possiamo essere il Paese che subisce questa ondata, oppure quello che la cavalca governandola.
Dotarsi degli strumenti per misurare, capire e ottimizzare l’energia dei propri data center non è più, come ben sintetizza il settore, una scelta opzionale: è la condizione necessaria per gestire in modo efficace le infrastrutture moderne. È la differenza tra firmare un investimento e firmare un investimento che funziona.
E la differenza, oggi, si chiama digitalizzazione.
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